Perché leggo fantascienza

Quando ero piccolo ero spaventato dalle copertine di certi libretti bianchi che mio padre teneva sul tavolino della TV in salotto.
Non sapevo che quei libretti facevano parte della più famosa collana di fantascienza italiana, Urania.
Ora io stesso posseggo dozzine di quei volumi.

Quello che sapevo della fantascienza, attraverso i miei occhi spaventati di bambino è che facesse paura. Il trailer di Atto di forza era una collezione di immagini terrificanti, le scene ambientate sull’arido pianeta di Il mio nemico, viste per caso in TV prima di andare a dormire, mettevano alla prova la mia insonnia.

Perfino le disturbanti visioni post-apocalittiche de Il pianeta della scimmie mi causavano dei problemi.
Più di tutto, la visione integrale di Aliens quando avevo appena sei anni mi convinse del tutto: no, la fantascienza è il male!

A tredici anni le cose cambiarono. Alcuni di quei film spaventosi iniziavano ad essere più interessanti. Atto di forza non era così male. E Blade Runner… quel film era oltre la mia immaginazione: era visionario, poetico, malinconico… figo…era meraviglioso!

Così, era una sera di quell’estate, in una libreria vicino alla spiaggia mi ritrovai in mano una raccolta di racconti di Philip K. Dick.
La copertina era un deliberato richiamo ad Atto di forza, per attirare potenziali lettori. Ed era un’edizione già abbastanza vecchiotta.
A quel punto avevo una vaga idea di chi fosse P.K. Dick, avevo visto Blade Runner tre volte nel corso di quell’estate, così mi decisi a comprarla. Quella stessa sera iniziai a leggere e finire in un lampo la prima storia e fui, come disse poi mio padre, “folgorato dalla fantascienza”.

Quell’estate lessi tutti i libri che mio padre si era portato in vacanza, iniziando per puro caso proprio da un altro libro di Dick, Dottor Futuro. E non ho mai smesso, fatta eccezione per uno strado interludio di due anni nella mia tarda adolescenza.

Iniziando a leggere la fantascienza sociologica, i miei gusti si sono rivolti inevitabilmente alla natura speculativa del genere.
Ho sempre amato l’abilità di estrapolare problemi attuali e decontestualizzarli in altri tempi e luoghi. Rendere chiaro ciò che è nascosto davanti ai tuoi occhi. Non deve stupire che, nel tempo, la mia scrittrice preferita sia diventata Ursula K. Le Guin.

Né critico o disdegno affatto ciò che lei chiama Sci-Fi, ovvero la fantascienza avventurosa ed effettistica, quella che il cinema ha diffuso attraverso il successo di Star Wars, ovvero quella comunemente definita space opera.
Adoro la space opera, ma l’amore è viscerale non intellettuale. E’ un genere equivalente a quello di Emilio Salgari, che pure adoro, ma ambientato nello spazio.

Così andando da Dick ad Asimov, da Heinlein alla Le Guin, passando per Farmer, Sheckley, Herbert, Simmons e molti altri, ho imparato ad amare un genere che mi ha garantito l’ingresso nel ghetto della cultura italiana, ma mi ha donato grandi visioni sull’umanità, i suoi sogni, le sue speranze e il suo potenziale.

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L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome

Come qualsiasi bibliofilo monomaniaco bibliofolle, adoro i libri che parlano di libri. Solo che, diciamolo, la maggior parte di questi romanzi è una gran ciofeca, dalle trame esili e inconsistenti che anziché appagare la nostra autoreferenziale mania ci fanno storcere naso e bocca e lanciare il volume lontano da noi.

Con il romanzo di Alice Basso è stato amore a prima pagina. L’autrice ha creato un personaggio straordinario: Vani Sarca, secondo il mio modesto parere, dovrebbe entrare nel pantheon dei personaggi memorabili della narrativa italiana.
E’ una protagonista umana e credibile per molti aspetti, ma un perfetto personaggio letterario per molti altri.

E’ un libro che strizza l’occhio ai bibliofili dicevo, ma in modo ironico e forse dissacrante. Vani Sarca è una ghostwriter, quell’ombra scomoda ma utile che scrive in vece di qualcuno che per vari motivi non è in grado.
Una camaleonte mutaforma, capace di adattarsi allo stile e alla personalità del nome per cui scrive. Una figura che l’editoria non vorrebbe ammettere che esista e che nel caso del personaggio letterario Sarca (come plausibile che sia anche nella realtà?) è detentore dei loschi segreti di “scrittori” ed editori.

Molto sarcasmo e ironia, dunque, ma anche un pizzico di giallo. Perché Vani, dietro la scorza della goth mai cresciuta e l’asprezza delle battutacce, è un’empatica da manuale, capace di leggere le persone.
Caratteristica quanto mai apprezzabile se a scomparire è la scrittrice-guru che ha commissionato a Vani la sua ultima “fatica”.

Non dico di più, se non che fossi in voi correrei in libreria. E’ una lettura leggera, ma leggera nel modo giusto e intelligente

Avviso ai naviganti

Avviso ai naviganti

Quasi quindici anni fa mi capitò di vedere un trailer al cinema, di un film che poi passò in sordina nelle sale per scomparire in fretta. Alla fine non ebbi occasione si vederlo su grande schermo, ma fui incantato da quel minuto e mezzo di promozione : musiche, fotografie e la suggestione dell’intreccio.
Il film era The shipping news e Annie Proulx, premio Pulitzer, era un’emerita sconosciuta in Italia. Brodeback Mountain sarebbe venuto dopo.

Dopo essere fortunosamente riuscito a vedere la pellicola grazie a una svendita Blockbuster (purtroppo la VHS ha seguito il VCR in discarica) e averla amata moltissimo, mi è sempre rimasta la curiosità di leggere il libro dalla quale era stata tratta.

La curiosità rimase tale per anni, dato che Avviso ai naviganti, edito da Castoldi Dalai, era introvabile o almeno venduto a un prezzo proibitivo per le mie tasche di studente squattrinato.
Poi un giorno, rovistando nelle bancarelle vicino all’università, finalmente trovai una copia consunta, vistosamente orecchiata e ingiallita dell’edizione tascabile.
Il puzzo di polvere, chiuso e muffa però era insostenibile, in più la carta sembrava essere stata immersa in un bagno caldo, tanto era gonfia.
A conti fatti, il testo non era illeggibile, ma la copia era impossibile da maneggiare con il dovuto gusto.

Dopo un “bagno di sole” (in realtà d’ombra) all’aperto e una necessaria compressione sotto due dizionari, archiviai la copia in attesa che la carta si riprendesse, così come il mio interesse.

Questo lungo e non necessario racconto sul mio rapporto con Avviso ai naviganti era per far partecipare dell’attesa che si è creata in me per la lettura di questo titolo. Le aspettative non sono state del tutto disattese.

Avviso ai naviganti è il racconto quotidiano e per nulla epico di un popolo straordinario, i newfoundlanders.
Il Newfoundland (Terranova), terra fredda e dimenticata stretta dal mare e dalla neve, dove l’estate dura giorni. Il mare, la navigazione e le condizioni di vita durissime, anche in quest’epoca di comodità.
Avviso ai naviganti non è la storia del suo protagonista. Quoyle è il punto di vista esterno, il classico personaggio estraneo che serve per introdurre i veri protagonisti. Non a caso ogni capitolo è introdotto dalla citazione del “libro dei nodi” (marinareschi) e dall’illustrazione di un nodo. Perché Avviso ai naviganti è la storia di gente di mare, corale e sfilacciata. Non un romanzo, ma una storia di storie. Alla fine, come Quoyle, anche chi legge è un po’ newfondlandese.
Si potrebbero spendere altre parole sulla sventura del protagonista/testimone, che rinasce a nuova vita in quelle terre canadesi, ma sarebbe un torto alla bravura e alla prosa limpida e poetica di Annie Proulx.

È un libro da leggere? Sì, ma con pazienza e sapendo cosa aspettarsi. E forse non ricercando le stesse  atmosfere del film. Ci sono, tra le pieghe, l’intreccio è quello, ma il romanzo è se possibile ancora più corale e di ampio respiro.

Vedete? Per ogni libro arriva il suo momento. Potete comprarlo con anni e anni in anticipo, lui aspetterà paziente nel suo angolino e un giorno dalla libreria sentirete un richiamo, dettato da un impulso o da in film, o da un consiglio o una cosa letta sul web che vi farà esclamare: “ehi ma io ho quel libro da anni, quasi quasi lo comincio!”

Arianna Bonardi