7 fatti che ho appreso su S. Ambrogio

Sant’Ambrogio, santo patrono di Milano, la città in cui sono nato e vivo è così importante nella storia della Chiesa, che a Milano vige una liturgia a parte e persino un carnevale a parte.

Ecco 7 fatti che ho appreso durante una visita guidata alla basilica a lui intitolata:

1. Il 7 dicembre, giorno di celebrazione del santo, non si ricorda la sua morte ma il suo battesimo.

2. Pare che Ambrogio possedesse una sferza verbale piuttosto efficace, leggenda vuole che abbia “sconfitto” gli ariani con la semplice dialettica. Nelle rappresentazioni tardo-medievali e rinascimentali, il santo è spesso rappresentato tenendo una frustra nella mano destra.

In realtà pare che grande contribuito alla vittoria di Ambrogio sia da imputarsi al ritrovamento delle spoglie dei martiri Gervaso e Protaso, che ora riposano al fianco del vescovo nella cripta.

3. L’unico probabile ritratto “dal vero” di Ambrogio è il mosaico contenuto nel sacello di San Vittore all’interno della basilica (immagine di copertina). Si nota una vistosa asimmetria del volto che è stata anche riscontrata sulle spoglie conservate nella cripta della basilica.

4. Ambrogio battezzò Agostino d’Ippona durante la veglia pasquale del 387. Una continuità tra due padri della chiese che fa molto piacere ai fedeli

5. Ambrogio non voleva diventare vescovo di Milano. Leggenda narra che in pieno conflitto da niceani e ariani, un fanciullo lo avesse indicato come vescovo. Ambrogio fuggì da Milano per sottrarsi al suo fato, ma poi fu costretto a cedere.

6. La forma ottagonale dei battisteri paleocristiani è un’idea di Ambrogio: sette per i giorni della creazione, più uno per rappresentare la Resurrezione.
Il battistero di San Giovanni alle Fonti fu demolito, insieme alla basilica di Santa Tecla, per lasciare spazio al cantiere del Duomo, ma le loro fondamenta sono ancora visitabili.

7. La basilica dei martiri, già chiamata “ambrosiana” ai tempi in cui Ambrogio era in vita, è una delle quattro basiliche fatte erigere dal vescovo nei pressi delle porte di Milano, solo la basilica di San Dionigi (o basilica prophetarum) non è sopravvissuta.

Il libro delle cose nuove e strane

Il libro delle cose nuove e strane

Quando la critica non specialistica, quasi per paura di ghettizzare un’opera, nega che un romanzo di fantascienza appartenga al genere a me viene un tic all’occhio e la prurigine.
Nel caso del nuovo romanzo di Michel Faber, però, devo dare loro ragione: Il libro delle cose nuove e strane non è un romanzo di fantascienza.

Il reverendo ex-tossicomane  Peter Leigh è scelto come missionario per il pianeta Oasi, dove la specie umana vorrebbe ricollocarsi in tempi molto meno che biblici: la Terra è sull’orlo del collasso.
Per partecipare alla missione Peter deve lasciare sulla Terra la moglie Bea, suo faro e guida, oltre che anima gemella, senza la quale è un uomo scollegato dalla realtà. Potranno comunicare in tempo reale attraverso le lettere che potranno scambiarsi, anche ad anni luce di distanza.

Il romanzo non è solo sull’incomunicabilità, l’amore e la distanza. E malgrado le premesse spaziali, non ha quasi nulla di prettamente fantascientifico, se non una vaga reminiscenza del ciclo hainita di Ursula Le Guin, di cui è lontano nipote per atmosfera e temi.

Faber, ancora una volta, è concentrato sulle dinamiche umane. Anche il progressivo collasso della civiltà umana che traspare dalle lettere di Bea resta in sordina.
Il fulcro del romanzo è l’incomunicabilità su tutti i livelli a partire dall’apatia e dall’alienazione del gruppo di pionieri su Oasi, persone senza radici che li legano all’umanità e che lontano da essa perdono il loro senso, diventano involucri vuoti concentrati solo sulle faccende quotidiane. Non c’è neanche il sesso a tenerli insieme, la più bassa e basilare interazione animale.

Peter è una figura ancora più alienata e lontana dall’umanità, impegnato a evangelizzare i misteriosi e inumani nativi di Oasi a cinquanta miglia di distanza dalla colonia terrestre e anni luce dall’amatissima moglie, dalla quale la lontananza diventa non solo fisica ma anche affettiva di settimana in settimana.
La fede, che è stata la salvezza e la svolta di una vita insensata, diventa ora l’ostacolo empatico che divide Peter e Bea, il primo legato saldamente alle certezze del proprio credo, la seconda sempre meno salda nella propria convinzione religiosa, a causa degli eventi catastrofici che colpiscono la Terra.

Come già nel Petalo cremisi, Faber tratteggia una galleria di personaggi umanissimi e correlabili e da maestro ne affresca le relazioni e le incertezze.

Il libro delle cose nuove e strane (così chiamano la Bibbia i convertiti di Oasi) è un romanzo triste e dimesso, sicuramente in parte a causa delle vicende personali dell’autore durante la stesura.
Diagnosticatole un cancro, la moglie di Faber (a cui, il lettore attento noterà, sono dedicati tutti i libri dell’autore) si è spenta lentamente durante gli anni intercorsi dall’ultima pubblicazione. Un’allontanamento forzato che deve aver influito notevolmente nelle dinamiche tra Peter e Bea.
Così il romanzo-allegoria con valore universale, diventa tristemente personale. Un livello di lettura causato da eventi che nessuno avrebbe augurato ai coniugi Faber.

Con la morte di sua moglie Eva, Michel Faber ha dichiarato che smetterà di scrivere. Non ammesso che in futuro, una volta elaborato il lutto, non torni sulla decisione, Il libro delle cose nuove e strane resta al momento il testamento letterario dell’autore olandese, all’apice della propria carriera.

Perdere la voce di Faber è rammaricante, tanto più considerate le cause del ritiro. Mi consolo pensando che debbo ancora leggerne i restanti romanzi e raccolte e che ancora per un po’ potrà farmi compagnia.