Se hai bisogno, chiama

Se hai bisogno, chiama

Staccarsi da un autore, arrivare alla fine della sua produzione, persino di quella post-mortem.
Questa non è una “recensione” ma un’elegia. Questa è l’ultima raccolta di Raymond Carver.

La storia è questa: come tutti gli autori maniacali e perfezionisti, Carver era capace di sottoporre un racconto anche a trenta stesure. Tra le tante carte rimaste sulla sua scrivania c’erano anche tre racconti compiuti, se non ancora revisionati allo spasimo.
Tess Gallagher, compagna e moglie di Carver negli ultimi dieci anni della sua vita, quelle carte non voleva aprirle. Chi vorrebbe rovistare in ricordi dolorosi? Ma nel 1998 si ricordano i dieci anni dalla scoparsa di Carver e il direttore di Esquire, la rivista che aveva dato il battesimo allo scrittore statunitense, vuole fare qualcosa di speciale. E così ecco il lavoro doloroso ma doveroso di cernita ed editing del materiale rimasto, unitamente alle bozze rinvenute in una collezione universitaria di scritti di Carver.

Cinque racconti, non tutti belli-belli, ma tutti puramente carveriani e un paio di perle che non sfigurerebbero in Cattedrale. I miei preferiti: il racconto che da titolo alla raccolta e Che cosa vi piacerebbe vedere? Due racconti topici, che la firma si riconosce e basta: è Carver.
I temi cari a Carver: la crisi della coppia di mezza età, la provincia americana, il distacco, i traumi improvvisi.
Forse un giorno non sarebbe male unire Elephant and other stories e questi cinque racconti e farne un raccolta finale dell’ultimo Raymond Carver. In effetti sembrano senza soluzione di continuità.

Cinque racconti, purtroppo, non fanno una raccolta sostanziosa ed ecco che per fare volume si aggiungono alcuni racconti giovanili. Gemme grezze, ma fin troppo. Faranno piacere agli esegeti, ma non al pubblico generale (a meno che per voi Carver non sia Profeta, in quel caso penso che ne leggereste anche l’elenco della spesa).

Ah, ho mentito… mi restano tutte le poesie raccolte in Orientarsi con le stelle, ma temo di aver barato… ho già letto come finisce:

ULTIMO FRAMMENTO
E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Ciao Ray, grazie di tutto.

Annunci

Il libro delle cose nuove e strane

Il libro delle cose nuove e strane

Quando la critica non specialistica, quasi per paura di ghettizzare un’opera, nega che un romanzo di fantascienza appartenga al genere a me viene un tic all’occhio e la prurigine.
Nel caso del nuovo romanzo di Michel Faber, però, devo dare loro ragione: Il libro delle cose nuove e strane non è un romanzo di fantascienza.

Il reverendo ex-tossicomane  Peter Leigh è scelto come missionario per il pianeta Oasi, dove la specie umana vorrebbe ricollocarsi in tempi molto meno che biblici: la Terra è sull’orlo del collasso.
Per partecipare alla missione Peter deve lasciare sulla Terra la moglie Bea, suo faro e guida, oltre che anima gemella, senza la quale è un uomo scollegato dalla realtà. Potranno comunicare in tempo reale attraverso le lettere che potranno scambiarsi, anche ad anni luce di distanza.

Il romanzo non è solo sull’incomunicabilità, l’amore e la distanza. E malgrado le premesse spaziali, non ha quasi nulla di prettamente fantascientifico, se non una vaga reminiscenza del ciclo hainita di Ursula Le Guin, di cui è lontano nipote per atmosfera e temi.

Faber, ancora una volta, è concentrato sulle dinamiche umane. Anche il progressivo collasso della civiltà umana che traspare dalle lettere di Bea resta in sordina.
Il fulcro del romanzo è l’incomunicabilità su tutti i livelli a partire dall’apatia e dall’alienazione del gruppo di pionieri su Oasi, persone senza radici che li legano all’umanità e che lontano da essa perdono il loro senso, diventano involucri vuoti concentrati solo sulle faccende quotidiane. Non c’è neanche il sesso a tenerli insieme, la più bassa e basilare interazione animale.

Peter è una figura ancora più alienata e lontana dall’umanità, impegnato a evangelizzare i misteriosi e inumani nativi di Oasi a cinquanta miglia di distanza dalla colonia terrestre e anni luce dall’amatissima moglie, dalla quale la lontananza diventa non solo fisica ma anche affettiva di settimana in settimana.
La fede, che è stata la salvezza e la svolta di una vita insensata, diventa ora l’ostacolo empatico che divide Peter e Bea, il primo legato saldamente alle certezze del proprio credo, la seconda sempre meno salda nella propria convinzione religiosa, a causa degli eventi catastrofici che colpiscono la Terra.

Come già nel Petalo cremisi, Faber tratteggia una galleria di personaggi umanissimi e correlabili e da maestro ne affresca le relazioni e le incertezze.

Il libro delle cose nuove e strane (così chiamano la Bibbia i convertiti di Oasi) è un romanzo triste e dimesso, sicuramente in parte a causa delle vicende personali dell’autore durante la stesura.
Diagnosticatole un cancro, la moglie di Faber (a cui, il lettore attento noterà, sono dedicati tutti i libri dell’autore) si è spenta lentamente durante gli anni intercorsi dall’ultima pubblicazione. Un’allontanamento forzato che deve aver influito notevolmente nelle dinamiche tra Peter e Bea.
Così il romanzo-allegoria con valore universale, diventa tristemente personale. Un livello di lettura causato da eventi che nessuno avrebbe augurato ai coniugi Faber.

Con la morte di sua moglie Eva, Michel Faber ha dichiarato che smetterà di scrivere. Non ammesso che in futuro, una volta elaborato il lutto, non torni sulla decisione, Il libro delle cose nuove e strane resta al momento il testamento letterario dell’autore olandese, all’apice della propria carriera.

Perdere la voce di Faber è rammaricante, tanto più considerate le cause del ritiro. Mi consolo pensando che debbo ancora leggerne i restanti romanzi e raccolte e che ancora per un po’ potrà farmi compagnia.

Le storie del petalo cremisi

Le storie del petalo cremisi

Io ho amato visceralmente, quasi religiosamente Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber. Se non ho mai avuto il coraggio di rileggerlo nei nove anni passati dalla prima lettura è per evitare la delusione. Ho il timore che accada, ma forse sbaglio, perché ogni volta che leggo Faber trovo conferme.
Sentivo che era giunto il momento di chiudere un conto in sospeso con Sugar & Co. e mi sono deciso almeno a leggere questa piccola raccolta.

Uscito anni fa per i tipi Einaudi con il titolo Natale in Silver Street – Nuove storie del petalo cremisi, ora ripubblicato da Bompiani con un titolo più conciso ma comunque irrispettoso dell’originale (The apple – New Crimson Petal Stories), questo libello è quello che in inglese si potrebbe definire il companion del mastodontico capolavoro di Michel Faber.

I racconti (tutti molto brevi a parte l’ultimo) narrano lampi, piccoli spaccati di personaggi de Il petalo cremisi e il bianco prima e dopo i fatti del romanzo.
Non è una raccolta indipendente, è a uso e consumo di chi ha letto e amato il mastodonte e vuole sapere di più dei destini di quei personaggi che lo hanno accompagnato per quasi mille pagine.

Faber utilizza un approccio intelligente, quello dello sguardo laterale. Sugar quando appare non ha ancora conosciuto William Rackham ed è ancora prostituta in Silver Street. I racconti Natale in Silver Street La mela vedono la giovane Sugar protagonista (si riprende anche lo stile di narrazione al presente tipica del romanzo) e ne rafforzano la caratterizzazione e le motivazioni che si trovano nel Petalo cremisi. Altri racconti minori descrivono spaccati di vita di personaggi minori del romanzo.

A togliere qualche curiosità sul destino di Sugar e Sophie dopo Il petalo cremisi è l’ultimo racconto, che ha come voce narrante il figlio di Sophie stessa che alla fine del Novecento rievoca i tempi da suffragetta della madre e accenna qualche elemento della storia personale del quale egli stesso sa poco. Racconto intelligente che suggerisce ma non mostra e che chiude il cerchio di un romanzo da molti criticato proprio per il finale, ma che io ho sempre ritenuto perfetto.

Consigliato dunque agli estimatori del Petalo Cremisi che vogliono togliersi qualche curiosità. Per gli altri, potrebbe non aver molto senso partire da questo raccolta per conoscere Faber.

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome

Come qualsiasi bibliofilo monomaniaco bibliofolle, adoro i libri che parlano di libri. Solo che, diciamolo, la maggior parte di questi romanzi è una gran ciofeca, dalle trame esili e inconsistenti che anziché appagare la nostra autoreferenziale mania ci fanno storcere naso e bocca e lanciare il volume lontano da noi.

Con il romanzo di Alice Basso è stato amore a prima pagina. L’autrice ha creato un personaggio straordinario: Vani Sarca, secondo il mio modesto parere, dovrebbe entrare nel pantheon dei personaggi memorabili della narrativa italiana.
E’ una protagonista umana e credibile per molti aspetti, ma un perfetto personaggio letterario per molti altri.

E’ un libro che strizza l’occhio ai bibliofili dicevo, ma in modo ironico e forse dissacrante. Vani Sarca è una ghostwriter, quell’ombra scomoda ma utile che scrive in vece di qualcuno che per vari motivi non è in grado.
Una camaleonte mutaforma, capace di adattarsi allo stile e alla personalità del nome per cui scrive. Una figura che l’editoria non vorrebbe ammettere che esista e che nel caso del personaggio letterario Sarca (come plausibile che sia anche nella realtà?) è detentore dei loschi segreti di “scrittori” ed editori.

Molto sarcasmo e ironia, dunque, ma anche un pizzico di giallo. Perché Vani, dietro la scorza della goth mai cresciuta e l’asprezza delle battutacce, è un’empatica da manuale, capace di leggere le persone.
Caratteristica quanto mai apprezzabile se a scomparire è la scrittrice-guru che ha commissionato a Vani la sua ultima “fatica”.

Non dico di più, se non che fossi in voi correrei in libreria. E’ una lettura leggera, ma leggera nel modo giusto e intelligente

Leggere racconti

Leggere racconti

Un problema che credo siamo affrontando tutti è quello del deficit di attenzione nella lettura, che va al di là della quantità e qualità di quello che leggiamo.

E’ innegabile. I mezzi digitali ci mettono nelle condizioni di essere bombardati tutti i giorni da una mole ingente di informazioni. La scelta è infinita, le nostre possibilità di filtrarla lo è molto meno.

Giocoforza, la mente si sta disabituando a mantenere la concentrazione per periodi prolungati, dove intendo per sessioni che superano la mezz’ora.

Altri si lamentano di questa perdita di concentrazione in ciò che leggono e sembra sempre più difficile dedicare tempo a testi più lunghi.

Testi non narrativi

Da parte mia, con la saggistica questo problema non si pone.
Con questa categoria, come per il giornalismo, la difficoltà semmai è trovare un testo efficace, puntuale, che non sia sproloquiante e gonfio di ego e prosopopea.
Testi informativi dovrebbero essere semplicemente accessibili, centrati, essenziali.
Se questi requisiti portano a un testo di mille pagine, nulla di male. Quello che intendo dire è che un testo di mille pagine che rigira e gonfia concetti che ne riempiono a malapena cento, per me è una perdita di tempo, nonché una mancanza di rispetto nei confronti del lettore

Testi narrativi

La narrativa non può rispondere necessariamente a criteri oggettivi, sebbene in molti vorrebbero operare una riduzione ai principi generali cui ridurre un buon testo di finzione.
Nella narrazione (in questa categoria possiamo inserire anche le memorie?)subentra necessariamente il livello personale e lo stile.
Nessun problema, ce n’è per tutti i gusti e non sta a me dire cosa si dovrebbe leggere o meno.

Noto, tuttavia, da qualche anno a questa parte, una mia personale disaffezione per la narrativa di ampio respiro e un apprezzamento sempre maggiore per la narrativa breve.
Pensandoci, non so se è da imputarsi a un problema generale di abitudini alla fruizione veloce dei testi, dovuta all’era digitale e alla suddetta mole da discernere, oppure a una subentrata mancanza di tempo o ancora all’incapacità di filtrare all’interno dell’esuberante e soverchiante mercato editoriale delle proposte che riescano a coinvolgermi.

Una soluzione personale

Avendo, volente o nolente, meno tempo/voglia di dedicarmi a testi più impegnativi, da qualche hanno ho scoperto la fonte inesauribile dei racconti e dei romanzi brevi.

A volte i lettori sono disaffezionati rispetto a queste forme di narrativa, percependo i racconti come storie incompiute.

Ed è così, i racconti rappresentano i momenti tra una storia già avvenuta e qualcosa che deve ancora accadere. Sono istantanee di vita e non romanzi ridotti a poche pagine (ma ci sono numerosi scrittori che mi potrebbero confutare facilmente).

Avendo poco tempo da dedicare alla lettura di narrativa, negli ultimi due anni la quota di antologie nel mio letto annuale è aumentata considerevolmente.

Alcuni consigli

Potreste andare solo sui classici e già ne avreste da leggere per anni: Anton Cechov, Alice Munro, Raymond Carver, Ernest Hemingway, Flannery O’Connor, Grace Paley, Katherine Mansfield, J.D. Salinger…

Oppure andare sugli sconosciuti, per esempio le innumerevoli antologie che la Piccola Biblioteca Oscar Mondadori ha pubblicato negli ultimi vent’anni e che spaziano in tutti i generi, nazioni e gusti.

Anzi, sapete che vi dico? Andate sul blog di Paolo Cognetti… uno che di scrittori di racconti se ne intende.

Avviso ai naviganti

Avviso ai naviganti

Quasi quindici anni fa mi capitò di vedere un trailer al cinema, di un film che poi passò in sordina nelle sale per scomparire in fretta. Alla fine non ebbi occasione si vederlo su grande schermo, ma fui incantato da quel minuto e mezzo di promozione : musiche, fotografie e la suggestione dell’intreccio.
Il film era The shipping news e Annie Proulx, premio Pulitzer, era un’emerita sconosciuta in Italia. Brodeback Mountain sarebbe venuto dopo.

Dopo essere fortunosamente riuscito a vedere la pellicola grazie a una svendita Blockbuster (purtroppo la VHS ha seguito il VCR in discarica) e averla amata moltissimo, mi è sempre rimasta la curiosità di leggere il libro dalla quale era stata tratta.

La curiosità rimase tale per anni, dato che Avviso ai naviganti, edito da Castoldi Dalai, era introvabile o almeno venduto a un prezzo proibitivo per le mie tasche di studente squattrinato.
Poi un giorno, rovistando nelle bancarelle vicino all’università, finalmente trovai una copia consunta, vistosamente orecchiata e ingiallita dell’edizione tascabile.
Il puzzo di polvere, chiuso e muffa però era insostenibile, in più la carta sembrava essere stata immersa in un bagno caldo, tanto era gonfia.
A conti fatti, il testo non era illeggibile, ma la copia era impossibile da maneggiare con il dovuto gusto.

Dopo un “bagno di sole” (in realtà d’ombra) all’aperto e una necessaria compressione sotto due dizionari, archiviai la copia in attesa che la carta si riprendesse, così come il mio interesse.

Questo lungo e non necessario racconto sul mio rapporto con Avviso ai naviganti era per far partecipare dell’attesa che si è creata in me per la lettura di questo titolo. Le aspettative non sono state del tutto disattese.

Avviso ai naviganti è il racconto quotidiano e per nulla epico di un popolo straordinario, i newfoundlanders.
Il Newfoundland (Terranova), terra fredda e dimenticata stretta dal mare e dalla neve, dove l’estate dura giorni. Il mare, la navigazione e le condizioni di vita durissime, anche in quest’epoca di comodità.
Avviso ai naviganti non è la storia del suo protagonista. Quoyle è il punto di vista esterno, il classico personaggio estraneo che serve per introdurre i veri protagonisti. Non a caso ogni capitolo è introdotto dalla citazione del “libro dei nodi” (marinareschi) e dall’illustrazione di un nodo. Perché Avviso ai naviganti è la storia di gente di mare, corale e sfilacciata. Non un romanzo, ma una storia di storie. Alla fine, come Quoyle, anche chi legge è un po’ newfondlandese.
Si potrebbero spendere altre parole sulla sventura del protagonista/testimone, che rinasce a nuova vita in quelle terre canadesi, ma sarebbe un torto alla bravura e alla prosa limpida e poetica di Annie Proulx.

È un libro da leggere? Sì, ma con pazienza e sapendo cosa aspettarsi. E forse non ricercando le stesse  atmosfere del film. Ci sono, tra le pieghe, l’intreccio è quello, ma il romanzo è se possibile ancora più corale e di ampio respiro.

Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica

Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica

Leggere il libro di Rovelli è un po’ come guardare le pillole di Bruno Bozzetto, quelle di SuperQuark per intenderci: in linguaggio semplice, oserei dire pure povero (la semplicità può anche essere ricca, se usata sapientemente) vengono proposti concetti basilari di fisica contemporanea.
Non è un saggio per gli addetti e neanche per chi ha già masticato un po’ di concetti, a livello divulgativo.
E’ proprio un saggetto che secondo me può andare bene come “introduzione alla fisica per scuole medie”. Sarebbe stato un titolo più onesto, anziché fare il verso ai famosi “pezzi” di Richard Feynman.
Consigliato dunque a chi vuole spenderci solo un’oretta e si accontenta della “lezioncina”.
Per qualcosa di più rigoroso, seppur divulgativo (di più non oso neanche io, ché sono profano della fisica), secondo me una lettura più completa, sebbene più onerosa in termini di tempo, è “La grande storia del tempo” di Stephen Hawking.