Leggere L’invenzione della madre, per chi è stato coinvolto in situazioni simili, sebbene non fatali, rende impossibile l’imparzialità di giudizio (se mai fosse possibile).

Ricordi personali emergono prepotenti leggendo il romanzo, è inevitabile e, in ultimo grado, offuscante.
La scrittura di Peano è precisa, chirurgica, non risparmia nessun dettaglio e li mostra con spietata sincerità: il degrado fisico e psicologico della madre di Mattia, l’assistenza continua e mortificante che toglie qualsiasi autonomia al malato.
E poi la silenziosa rabbia di chi assiste, l’egoismo dicotomico che da un lato vuole tenere stretto il malato e dall’altro vorrebbe porre fine alle sue sofferenze.
E’ pericoloso scrivere di cancro. Da un lato esiste un tacito tabù riguardo a una malattia che non ha nulla di vergognoso, ma che crea imbarazzo ai sani. Qual è il limite della simpatia? Che cosa dire a una persona che sta morendo, che è privata di ogni dignità personale quando si trova a essere accudita ventiquattr’ore al giorno in qualsiasi aspetto?

Cosa bisogna giudicare de L’invenzione della madre? La capacità di descrivere con limpida e crudele precisione la realtà della malattia e della morte? In questo caso il libro è riuscito, Peano mi ha colpito dritto al cuore.

Il titolo lascia presagire di più, tuttavia. E questo presagio non trova verifica. Per capire quel titolo ho dovuto leggere/guardare due interviste con Marco Peano e qualche recensione. L’autore difende bene la sua opera, le recensioni (sicuramente con argomenti più arguti dei miei) sottolineano aspetti che non ho colto per nulla.
Nella mia onesta e completa modestia, mi chiedo: perché non li ho colti? Forse sono nascosti e sono stato troppo pigro per disseppellirli.

Non riesco, tuttavia, a togliermi la sensazione che L’invenzione della madre non centri l’ambizioso obiettivo di Peano, che non vorrebbe solo parlare di malattia, ma anche di elaborazione del lutto da parte di chi resta.
La seconda parte del romanzo si concentra sulla sindrome del sopravvissuto. Mattia non riesce a metabolizzare il lutto e l’improvvisa assenza della madre che ha accudito per lunghi mesi. I rapporti interpersonali si sfaldano: la relazione con la sua fidanzata, forse mantenuta insieme dal dramma, si raffredda e muore.

Non sono riuscito a cogliere la direzione che prende il romanzo in questa parte, che è corsa via veloce, senza lasciarmi dentro nulla e ha raffreddato il mio entusiasmo per il romanzo.
Se leggendo la prima parte ero indeciso tra le 4 e le 5 stelline, in fondo è stata una battaglia interiore per decidere tra le 3 e le 4.
Scelgo di darne 3, l’equivalente di “mi è piaciuto, con qualche riserva”, nella speranza che Marco Peano con la prossima pubblicazione mantenga le promesse.

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