Omero – Iliade

Cantami, o Diva del Pelide Achille

l’ira funesta che infiniti addusse

lutti agli Achei, molte anzitempo all’Orco

generose travolse alme d’eroi, e di cani e d’augelli orrido pasto

lor salme abbandonò (così di Giove

l’alto consiglio s’adempia), da quando

primamente disgiunse aspra contesa

il re de’ Prodi Atride e il divo Achille

(Traduzione di Vincenzo Monti)

Canta, o dea, l’Ira d’Achille Pelide

rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,

gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde

d’eroi, ne fece il bottino dei cani,

di tutti gli uccelli-consiglio di Zeus si compiva-

da quando prima si divisero contendendo

l’Atride signore d’eroi e Achille glorioso

(Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

L’Iliade è il poema dell’ira di Achille. Ma anche no… 

Ricordo ancora quando lessi per la prima volta il famoso verso tradotto dal Monti (si sono sprecati negli anni gli scherzi su quel Pelide…). Anzi quel proemio dovetti mandarlo a memoria, grazie alle virtù nel nostro sistema scolastico, fino al verso 41 (Or va, nè m’irritar, se salvo ir brami).
Quella di Monti è la traduzione più nota e odiata dagli studenti. Un italiano già vecchiotto per l’epoca, una distanza che oggi si sente maggiormente. Leggere l’Iliade del Monti è un’impresa che richiede doppio intelletto: entrare nel ritmo del poema, che per ovvi motivi moderno non è; “ritradurre” l’italiano settecentesco di uno scrittore ottocentesco (insomma un gran mal di capo!).

Per ovvi motivi, nell’affrontare la lettura integrale mi sono rivolto a una delle edizioni più apprezzate, quella a cura di Rosa Calzecchi Onesti. Una traduzione fedele (un ossimoro in pratica!) in versi, che però ho dovuto accantonare per anni per motivi contingenti. L’Iliade è pur sempre un poema che richiede impegno…
Andando in ferie, non potevo disporre del mattone al meglio, ho optato quindi per la versione elettronica, dovendomi affidare ancora a un’altra traduzione, quella di Fausto Codino, in prosa. Un’ottima prosa, che forse rende ancora più giustizia dei versi all’epica omerica.

Leggere Omero è saper affrontare l’effetto collage dell’aedo greco. L’Iliade è una rielaborazione di fonti precedenti, è frammentaria, contraddittoria, a volte decisamente indigesta, soprattutto nei libri centrali, dove le battaglie e i nomi si susseguono a un ritmo forsennato, quasi inintelligibile. Per non parlare delle assurdità, come il sole che giunge all’apice due volte nel corso della stessa battaglia.
Fatto che ha fatto propendere per ipotesi affascinanti, quanto fantasiose, come la Teoria di Omero nel Baltico. Contro la quale ovviamente non mancano critiche.

Se il poema riesce a generare ancora oggi questa forsennata ricerca, non è per solo per lo scontato, quanto indubbio contributo alla nostra cultura. Il motivo è soprattutto nel constatare che nonostante le difficoltà, resta un poema ricco e vibrante, con ritmi da cinema d’azione e dialoghi degni di Shakespeare. Spiace vedere come, con questo ottimo materiali di partenza, Hollywood non abbia saputo proporci meglio di questo:

Ma lasciamo stare…

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