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Archivi delle etichette: Spleen

Sono rimasta a casa fino a sera. Ho passato il tempo tranquillamente, sfogliando libri. A un certo punto mi è venuto di nuovo sonno e ho dormito una mezz’ oretta. Quando mi sono svegliata e ho aperto le tende, fuori era già buio. Secondo il calendario siamo già in primavera, ma le giornate sono ancora corte. Tutto sommato preferisco le giornate invernali, cosi brevi che sembra vogliano cacciarti via. Quando si pensa «fra poco cala la sera» lo spirito si può preparare all’ atmosfera suggestiva della penombra, densa di rimpianti Ora che i giorni si allungano, invece, si resta spiazzati, in bilico tra il «c’è ancora luce» e il «presto farà buio». Poi ti dici «ecco, è sera», e l’attimo seguente un senso struggente di solitudine ti si riversa addosso. 
Allora sono uscita. Per accertarmi di non essere l’unica a vivere, l’unica a sentire la solitudine dell’ esistenza. Ma guardare i passanti non è servito a darmi questa certezza. Anzi, più la cercavo, piu mi sfuggiva.

Hiromi Kawakami, La cartella del professore, Einaudi, p. 66

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, XXXV

Ci sono delle piaghe che, come la lebbra, corrodono lentamente la nostra anima, in solitudine.
È impossibile descrivere ad altri questi dolori, poiché di solito queste inconcepibili sofferenze sono relegate tra le cose straordinarie, insolite.
Mio solo timore è che io possa morire domani senza essere riuscito a conoscere me stesso. Nel corso della mia vita ho in effetti scoperto che fra me e gli altri esiste un pauroso abisso. E ho compreso che la miglior linea di condotta è di restare in silenzio e tenere per me il più possibile i miei pensieri.
Sono forse un essere autonomo, isolato dal resto della creazione? Non so

Sadeq Hedayat, La Civetta Cieca

Che tu possa marcire all’inferno e con te tutte le persone che detesto, era ora che finissi 2010. Sì, proprio tu…

Sperare? Cosa devo sperare? Il giorno non mi promette altro che il giorno e io so che esso ha un decorso e una fine. La luce mi anima ma non mi migliora, perché uscirò da qui come sono arrivato qui: più vecchio di ore, più allegro di una sensazione, più triste di un pensiero. In ciò che nasce possiamo sentire ciò che in esso nasce o pensare ciò che in esso dovrà morire. Ora, sotto la luce ampia e alta, il paesaggio della città è come quello di un campo di case: è naturale, è esteso, è strutturato. Ma anche nel vedere tutto ciò, potrò forse dimenticarmi che esisto? La mia consapevolezza della città è, dal di dentro, la consapevolezza di me stesso.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, frammento 119

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Questo non lo pubblico contestualmente su Facebook, per cui probabilmente non lo leggerà nessuno. Non me la sento proprio che una massa disordinata di sconosciuti legga queste righe, solo per far arrivare questo sfogo alle poche persone che mi interessano. E così temo che resterà un bel soliloquio. Piuttosto però che mostrare la schiena a qualcuno che potrebbe approffitarsene, preferisco che cada nel vuoto.

Ho avuto due amori intellettuali nella mia vita: la lettura e la scrittura. Tutto il resto bene o male girava intorno a queste due. La mia infanzia è stata felice, ero libero di esprimere me stesso e lo facevo con entusiasmo. La fantasia era il filo conduttore della mia esistenza. Non ho retto l’impatto del mondo “normale”, caratterizzato da grettezza e invidia. Mi sono chiuso in me stesso. La mia prima ancora di salvezza sono stati proprio i libri. Qualcuno ha detto che leggere è come viaggiare. Io ho viaggiato moltissimo: sopra e sotto gli oceani, nelle giungle più nere, nei canyon di Marte, nei cieli di Giove, persino in altre galassie e dimensioni.
Non potevo essere me stesso nella vita quotidiana, però. Non perché non volessi o non lo facessi. Perché gli altri non mi capivano e mi emarginavano. Così alle elementari, alle medie e infine al liceo. Pensate quello che volete da 13 anni di emarginazione, cattiverie, insulti e bullismo pesano e molto. Se ora sembro “normale” ed equilibrato è solo perché so prendere tutti egregiamente per il naso e non meno importante grazie alla mia famiglia.
In un mondo perfetto (non esiste) probabilmente mi sarei potuto dedicare e avrei potuto vivere delle mie passioni, incontrando persone con cui condividerle. A proposito di questo: probabilmente senza internet mi sarei ammazzato a 16 anni, tanto ero esasperato e depresso. Internet mi ha permesso di avere al contempo una valvola di sfogo e un mezzo per conoscere persone a me più affini di quelle che incontravo nel quotidiano. Non è stato un mezzo scevro di difetti: negli anni dell’università ho cercato di realizzare progetti che coinvolgessero più persone. Ho peccato di ingenuità, come scrissi il 21 novembre 2008:

E’ inutile continuare a cercare di costruire qualcosa che deve coinvolgere altre persone per funzionare, se queste non vogliono essere coinvolte. Ho evidentemente peccato di ingenuità credendo che altri potessero condividere interessi e passioni comuni con la mia stessa intensità.

E da quel momento il mio declino nella blogosfera: ero stanco delle delusioni e della mia ingenuità. Mi rendo conto che il problema sono io: sono troppo complesso, tanto che probabilmente in me potrebbero albergare tranquillamente una dozzina di personalità differenti, anche se non affatto distinte, anzi mescolate in pout-purri psicologico quale sono.

Venendo al punto: non so dove sto andando. Fin’ora ho navigato a vista. Non potendo vivere di ciò che amo (perché sono uno scrittore mediocre e non avrei mai potuto farlo di professione e in questo Paese malato un esperto di filosofia o storia non sarebbe sopravvissuto nella giungla italiana), ho trasformato una delle mie labili passioni in professione: volevo distinguere nettamente la sfera privata da quella lavorativa. Per questo probabilmente sarò sempre un urbanista mediocre, non sentendo la professione come una missione. E martedì ho l’esame di stato e non ho certezze in merito. Anzi, sono piuttosto pessimista.

Ciliegina sulla torta: per come sono fatto, non sono stato in grado di trovare una compagna che mi fosse affine nel mio modo di sentire e vedere il mondo. Quindi sono del tutto rassegnato a rimanere solo. Io da solo sto male.

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