Questo non lo pubblico contestualmente su Facebook, per cui probabilmente non lo leggerà nessuno. Non me la sento proprio che una massa disordinata di sconosciuti legga queste righe, solo per far arrivare questo sfogo alle poche persone che mi interessano. E così temo che resterà un bel soliloquio. Piuttosto però che mostrare la schiena a qualcuno che potrebbe approffitarsene, preferisco che cada nel vuoto.
Ho avuto due amori intellettuali nella mia vita: la lettura e la scrittura. Tutto il resto bene o male girava intorno a queste due. La mia infanzia è stata felice, ero libero di esprimere me stesso e lo facevo con entusiasmo. La fantasia era il filo conduttore della mia esistenza. Non ho retto l’impatto del mondo “normale”, caratterizzato da grettezza e invidia. Mi sono chiuso in me stesso. La mia prima ancora di salvezza sono stati proprio i libri. Qualcuno ha detto che leggere è come viaggiare. Io ho viaggiato moltissimo: sopra e sotto gli oceani, nelle giungle più nere, nei canyon di Marte, nei cieli di Giove, persino in altre galassie e dimensioni.
Non potevo essere me stesso nella vita quotidiana, però. Non perché non volessi o non lo facessi. Perché gli altri non mi capivano e mi emarginavano. Così alle elementari, alle medie e infine al liceo. Pensate quello che volete da 13 anni di emarginazione, cattiverie, insulti e bullismo pesano e molto. Se ora sembro “normale” ed equilibrato è solo perché so prendere tutti egregiamente per il naso e non meno importante grazie alla mia famiglia.
In un mondo perfetto (non esiste) probabilmente mi sarei potuto dedicare e avrei potuto vivere delle mie passioni, incontrando persone con cui condividerle. A proposito di questo: probabilmente senza internet mi sarei ammazzato a 16 anni, tanto ero esasperato e depresso. Internet mi ha permesso di avere al contempo una valvola di sfogo e un mezzo per conoscere persone a me più affini di quelle che incontravo nel quotidiano. Non è stato un mezzo scevro di difetti: negli anni dell’università ho cercato di realizzare progetti che coinvolgessero più persone. Ho peccato di ingenuità, come scrissi il 21 novembre 2008:
E’ inutile continuare a cercare di costruire qualcosa che deve coinvolgere altre persone per funzionare, se queste non vogliono essere coinvolte. Ho evidentemente peccato di ingenuità credendo che altri potessero condividere interessi e passioni comuni con la mia stessa intensità.
E da quel momento il mio declino nella blogosfera: ero stanco delle delusioni e della mia ingenuità. Mi rendo conto che il problema sono io: sono troppo complesso, tanto che probabilmente in me potrebbero albergare tranquillamente una dozzina di personalità differenti, anche se non affatto distinte, anzi mescolate in pout-purri psicologico quale sono.
Venendo al punto: non so dove sto andando. Fin’ora ho navigato a vista. Non potendo vivere di ciò che amo (perché sono uno scrittore mediocre e non avrei mai potuto farlo di professione e in questo Paese malato un esperto di filosofia o storia non sarebbe sopravvissuto nella giungla italiana), ho trasformato una delle mie labili passioni in professione: volevo distinguere nettamente la sfera privata da quella lavorativa. Per questo probabilmente sarò sempre un urbanista mediocre, non sentendo la professione come una missione. E martedì ho l’esame di stato e non ho certezze in merito. Anzi, sono piuttosto pessimista.
Ciliegina sulla torta: per come sono fatto, non sono stato in grado di trovare una compagna che mi fosse affine nel mio modo di sentire e vedere il mondo. Quindi sono del tutto rassegnato a rimanere solo. Io da solo sto male.