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Archivi delle etichette: Maestri

Andai nel Giardino dell’Amore
E vidi ciò che mai avevo visto
Una Capella era costruita nel mezzo
Dove usavo giocare nel prato

E le porte di questa Capella erano sigillate
E “Tu non puoi” era scritto sopra la porta
Così tornai nel Giardino dell’Amore
Che così tanti fiori generò

E vidi che era riempito di sepolcri
E lapidi dove sarebbero dovuti essere i fiori
E Preti in tonache nere ci camminavano intorno
E legando con rovi le mie gioie e i miei desideri

 

Tigre! Tigre! divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare
La tua agghiacciante simmetria?

In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?

Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano?
Quale tremendo piede?

Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne
I terrori funesti?

Chi l’Agnello creò, creò anche te?
Fu nel sorriso che ebbe
Osservando compiuto il suo lavoro,
Mentre gli astri perdevano le lance
Tirandole alla terra
E il paradiso empivano di pianti?

Tigre! Tigre! divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare
La tua agghiacciante simmetria?

William Blake, da “Visioni” ed. Oscar Mondadori, traduzione di Giuseppe Ungaretti

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, XXXV

Trenta raggi convergono al centro
e in quello che è il vuoto sta l’uso del carro.
Si plasma l’argilla per farne una brocca
e in quello che è il vuoto sta l’uso del vaso.
Si aprono porte e finestre per costruire la casa
e nel vuoto all’interno è la praticità.
Perciò dall’essere viene il possesso
dal non-essere l’utilità.

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