Salta la navigazione

Archivi delle etichette: Libri

Sono rimasta a casa fino a sera. Ho passato il tempo tranquillamente, sfogliando libri. A un certo punto mi è venuto di nuovo sonno e ho dormito una mezz’ oretta. Quando mi sono svegliata e ho aperto le tende, fuori era già buio. Secondo il calendario siamo già in primavera, ma le giornate sono ancora corte. Tutto sommato preferisco le giornate invernali, cosi brevi che sembra vogliano cacciarti via. Quando si pensa «fra poco cala la sera» lo spirito si può preparare all’ atmosfera suggestiva della penombra, densa di rimpianti Ora che i giorni si allungano, invece, si resta spiazzati, in bilico tra il «c’è ancora luce» e il «presto farà buio». Poi ti dici «ecco, è sera», e l’attimo seguente un senso struggente di solitudine ti si riversa addosso. 
Allora sono uscita. Per accertarmi di non essere l’unica a vivere, l’unica a sentire la solitudine dell’ esistenza. Ma guardare i passanti non è servito a darmi questa certezza. Anzi, più la cercavo, piu mi sfuggiva.

Hiromi Kawakami, La cartella del professore, Einaudi, p. 66

Ci sono delle piaghe che, come la lebbra, corrodono lentamente la nostra anima, in solitudine.
È impossibile descrivere ad altri questi dolori, poiché di solito queste inconcepibili sofferenze sono relegate tra le cose straordinarie, insolite.
Mio solo timore è che io possa morire domani senza essere riuscito a conoscere me stesso. Nel corso della mia vita ho in effetti scoperto che fra me e gli altri esiste un pauroso abisso. E ho compreso che la miglior linea di condotta è di restare in silenzio e tenere per me il più possibile i miei pensieri.
Sono forse un essere autonomo, isolato dal resto della creazione? Non so

Sadeq Hedayat, La Civetta Cieca

Sappi O Principe, che tra gli anni in cui gli oceani inghiottirono Atlantide e le sue splendide città, e gli anni dell’ascesa dei figli di Aryas, ci fu  un’età di sogno durante la quale splendidi regni erano disseminati nel mondo, come manti celesti sotto le stelle. Nemedia, Ophir, Brythunia, Hyperborea, Zamora con le sue brune donne e le torri dei ragni ammantate di mistero, Zingara con la sua cavalleria, Koth confinante con la pastorale Shem, Stygia con le sue tombe protette dalle Ombre, Hyrkania i cui cavalieri indossavano acciaio, seta ed oro.
Ma su tutti i regni del sognante occidente primeggiava superbo quello di Aquilonia.
“Qui venne Conan il Cimmero, i capelli neri, lo sguardo cupo, la spada nella mano: un ladro, un predone, un assassino, capace di abissali malinconie e di incontenibili esplosioni di allegria… venne a schiacciare sotto i suoi piedi i più preziosi troni della Terra.”

- Le Cronache Nemediane -

 

Sei passato in libreria e hai comprato il volume. Hai fatto bene.

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque È Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza i Libri Che Da Tanto Tempo Hai in Programma Di Leggere,
i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,
i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,
i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,
i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,
i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,
i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.
Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.
Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).
Tutto questo per dire che, percorsi rapidamente con lo sguardo i titoli dei volumi esposti nella libreria, hai diretto i tuoi passi verso una pila di Se una notte d’inverno un viaggiatore freschi di stampa, ne hai afferrato una copia e l’hai portata alla cassa perché venisse stabilito il tuo diritto di proprietà su di essa.
Hai gettato ancora un’occhiata smarrita ai libri intorno (o meglio: erano i libri che ti guardavano con l’aria smarrita dei cani che dalle gabbie del canile municipale vedono un loro ex compagno allontanarsi al guinzaglio del padrone venuto a riscattarlo), e sei uscito.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

Sperare? Cosa devo sperare? Il giorno non mi promette altro che il giorno e io so che esso ha un decorso e una fine. La luce mi anima ma non mi migliora, perché uscirò da qui come sono arrivato qui: più vecchio di ore, più allegro di una sensazione, più triste di un pensiero. In ciò che nasce possiamo sentire ciò che in esso nasce o pensare ciò che in esso dovrà morire. Ora, sotto la luce ampia e alta, il paesaggio della città è come quello di un campo di case: è naturale, è esteso, è strutturato. Ma anche nel vedere tutto ciò, potrò forse dimenticarmi che esisto? La mia consapevolezza della città è, dal di dentro, la consapevolezza di me stesso.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, frammento 119

 

Illustrazione di Michael Whelan

Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. E’ un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell’amore. Nell’amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell’amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un’idea nostra. (…) Perfino l’arte, nella quale si realizza la conoscenza di noi stessi, è una forma di ignoranza. Due persone dicono reciprocamente “ti amo”, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima. Oggi sono lucido come se non esistessi. Il mio pensiero è evidente come uno scheletro, senza gli stracci carnali dell’illusione di esprimere. E queste considerazioni non sono nate da niente: o almeno da nessuna cosa per lo meno che sieda nella platea della mia coscienza. (…) Vivere è non pensare.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares

More about Accelerando

Amber, come gran parte dei postindustriali a bordo della nave-orfanotrofio Ernst Sanger, è nella prima adolescenza. Mentre le loro abilità naturali sono in molti casi amplificate dalla ricombinazione genetica delle linee germinali, grazie ai vecchi ideali della madre, lei deve affidarsi a grossolane amplificazioni computazionali. Non ha la corteccia parietale posteriore modificata per un supplemento di memoria a breve termine, o il giro temporale superiore anteriore esteso per una maggiore capacità verbale, ma è cresciuta con impianti neurali che per lei sono naturali come i polmoni o le dita. Metà del suo wetware è installato fuori dal cranio, in una schiera di nodi di processamento inseriti nel cervello mediante canali di comunicazione a correlazione quantistica: la sua metacorteccia personale. Questi ragazzi sono giovani mutanti, che bruciano luminosi. Per i loro genitori, non del tutto incomprensibili ma profondamente alieni, il gap generazionale è ampio come negli anni Sessanta, e profondo come il sistema solare. I genitori, nati negli anni del declino del Ventesimo secolo, sono cresciuti con elefantiaci shuttle bianchi, una stazione spaziale che si limitava a girare in tondo, e computer che facevano bip quando si premeva un bottone. Per un baby boomer, l’idea che l’orbita di Giove fosse un posto raggiungibile era controintuitiva come Internet.
Non mi capitava da tempo di leggere uno scritto così rivoluzionario, folle e visionario.
Stross si colloca a metà strada di precedenti illustri come “Infinito” di Stapledon e “Anni senza fine” di Simak, intessendo un mini-ciclo di racconti, strettamente  connessi e in continuità che, attraverso la storia di una famiglia altamente disfunzionale, narrano in modo assurdamente visionario ma verosimile la ventura (da taluni auspicata) singolarità tecnologica, che potrebbe rivoluzionare il concetto stesso di umanità.
Non un’opera di semplice evasione dunque, ma un complesso affresco sociologico-tecnologico che immerge in lettore in un universo per certi versi totalmente alieno eppure così prossimo nel tempo.

Una volta i miei figli mi chi chiesero che cosa fosse Dio e io risposi che Dio è la cosa più profonda dentro ogni cosa. Stavamo mangiando dell’uva e loro domandarono se Dio era anche dentro l’uva. Lo risposi di sì  proposi: “Apriamo un acino e vediamo”. Mentre tagliavo l’acino, dissi: “Strano: non mi sembra che abbiamo trovato il vero dentro, ma solo un altro fuori. Riproviamo”. Allora tagliai una delle due metà dell’acino, e misi in bocca a uno dei bambini l’altra metà. “Caspita!” esclamai. “Sembra che abbiamo trovato dei nuovi fuori,” Tagliai in due uno dei quarti di acino e offrii l’altro ai bambini. “Be’, continuo a vedere soltanto dei fuori,” commentai mangiando a mia volta l’ottavo di acino. A quel punto mentre stavo per procedere a un’altra divisione, la mia piccola corse a prendere la sua borsa e strillò: “Vedi, ecco il dentro della mia borsa, ma Dio non c’è”. ·”No,” risposi, “ma questo non è l’interno della tua borsa , è solo l’interno-esterno mentre Dio è l’interno-interno, e non penso proprio che riusciremo mai a raggiungerlo.”

Alan W. Watts – Natura Uomo Donna, p.50

Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.
Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.