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Archivi delle etichette: Letteratura

Un piccolo paese, con pochi abitanti.
Puoi far sì che, pur avendo
decine e centinaia di strumenti, non li usino.
Puoi far sì che la gente
prenda sul serio la morte e non vada lontano.
Benché abbiano barche e carri,
non hanno alcun posto in cui andare.
Benché abbiano corazze e armi,
non hanno alcuna ragione per servirsene.
Puoi far sì che la gente
ritorni a usare le cordicelle annodate.
Squisito il loro cibo,
belli i loro abiti,
pacifiche le loro case,
piacevoli le loro usanze.
I paesi vicini si vedono in lontananza
e odono il canto dei loro galli e l’abbaiare dei loro cani.
Tuttavia la gente invecchia e muore
senza aver intrapreso il viaggio per farsi visita.
Tao Te Ching, LXXX, traduzione di Augusto Shantena Sabbadini.


hana saku ya
yoku no ukiyo no
katasumi ni
Ciliegi in fiore,
in un angolo del mondo caduco
di ardenti brame
(Kobayashi Issa)

Andai nel Giardino dell’Amore
E vidi ciò che mai avevo visto
Una Capella era costruita nel mezzo
Dove usavo giocare nel prato
E le porte di questa Capella erano sigillate
E “Tu non puoi” era scritto sopra la porta
Così tornai nel Giardino dell’Amore
Che così tanti fiori generò
E vidi che era riempito di sepolcri
E lapidi dove sarebbero dovuti essere i fiori
E Preti in tonache nere ci camminavano intorno
E legando con rovi le mie gioie e i miei desideri

Tigre! Tigre! divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare
La tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano?
Quale tremendo piede?
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne
I terrori funesti?
Chi l’Agnello creò, creò anche te?
Fu nel sorriso che ebbe
Osservando compiuto il suo lavoro,
Mentre gli astri perdevano le lance
Tirandole alla terra
E il paradiso empivano di pianti?
Tigre! Tigre! divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare
La tua agghiacciante simmetria?
William Blake, da “Visioni” ed. Oscar Mondadori, traduzione di Giuseppe Ungaretti

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.
Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, XXXV

Discendo in barca il fiume,
al battere dei remi, secondo il comando,
con il mio fascio di canne sulla spalla.
Desidero andare a Menfi, e dire a Ptah, dio della verità:
“Dammi la mia amata questa notte!”
Il fiume è vino,
Ptah è la sua canna,
la Potente il suo fiore,
Iadyt è il suo bocciolo di loto,
Nefertum il suo calice aperto.
La Dorata è felice:
davanti alla sua bellezza si rischiara la terra.
Menfi è una coppa piena di frutti,
posta davanti a Colui il cui viso è bello.
La potenza dell’amore, V da Letteratura e poesia dell’antico Egitto a cura di Edda Bresciani, Einaudi

Le stelle intorno alla bella luna
celano il volto luminoso
quando, al suo colmo, più risplende
sopra la terra…
***
argentea
Saffo, frammento 34

