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Archivi Categorie: Miscellanea

Il Calendimaggio o cantar maggio, che trae il nome dal periodo in cui ha luogo, cioè l’inizio di maggio, è una festa stagionale che si tiene per festeggiare l’arrivo della primavera.
Il calendimaggio è una tradizione viva ancor oggi in molte regioni d’Italia come allegoria del ritorno alla vita e della rinascita: fra queste la Liguria, la Lombardia, l’Emilia-Romagna, la Toscana, l’Umbria e la zona delle Quattro Province (Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova).

La funzione magico-propiziatoria di questo rito è spesso svolta durante una questua dove, in cambio di doni (tradizionalmente uova, vino, cibo o dolci), i maggianti (o maggerini) cantano strofe benauguranti agli abitanti delle case che visitano.
Simbolo della rinascita primaverile sono gli alberi (ontano, maggiociondolo) che accompagnano i maggerini e i fiori (viole, rose) con cui i partecipanti si ornano e che vengono citati nelle strofe dei canti. In particolare la pianta dell’ontano, che cresce lungo i corsi d’acqua, è considerata il simbolo della vita ed è per questo che è spesso presente nel rituale.
Si tratta di una celebrazione che risale ai celti (festeggiavano Beltane), etruschi e liguri che celebravano l’arrivo della bella stagione, essendo questi popoli molto integrati con i ritmi della natura.

Beltane o Beltaine è anche il nome del mese di maggio in irlandese ed è anche tradizionalmente il primo giorno di primavera in Irlanda. È il giorno situato a metà fra l’equinozio di primavera ed il solstizio estivo, astronomicamente il giorno corretto è il 5 maggio.
Fonti gaeliche del X secolo affermano che i druidi accendevano dei falò sulla cima dei colli e che vi conducevano attraverso il bestiame del villaggio per purificarlo ed in segno di buon augurio. Anche le persone attraversavano i fuochi, allo stesso scopo. L’usanza persistette attraverso i secoli e dopo la cristianizzazione (i popolani sostituirono i druidi nell’accendere i fuochi), fino agli anni cinquanta. La celebrazione sopravvive ancora oggi in alcuni luoghi, dove principalmente le persone vengono fatte passare attraverso i fuochi.

da wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Calendimaggio
http://it.wikipedia.org/wiki/Beltane

anche le foglie
volteggiano nel vento
luce del vespro

(Mori Ayumu)

verso di voi, così belle, il mio pensiero
non muterà mai

Saffo, frammento 41

la pioggia batte

sulla fredda finestra

che volge a oriente

 

nell’oscurità osservo

il chiarore filtrante

Tua madre è il Cielo.
Lei si estende sopra di te.
Tu entri nella sua bocca,
esci dal suo grembo
come il sole ogni giorno.

Sarcofago di Ankhes-nefer-ib-ra

 

Ascolta, dea regina, portatrice di luce, Luna divina,
Mene dalle corna di toro, che corri di notte, ti aggiri nell’aria,
notturna, portatrice di fiaccole, fanciulla, Mene dai begli astri,
crescente e calante, femmina e maschio,
splendente, ami i cavalli, madre del tempo, portatrice di frutti,
luminosa, triste, che rischiari, ti accendi di notte,
che tutto vedi, ami la veglia, ti circondi di begli astri,
godi della tranquillità e della notte felice,
Lampetie, dispensatrice di grazia, porti a compimento, ornamento della notte,
guida degli astri, dall’ampio manto, dal moto circolare, fanciulla sapientissima,
vieni, beata, benevola, dai begli astri, del tuo splendore
rifulgente, salvando i tuoi nuovi supplici, fanciulla.

da Inni Orfici, ed. Lorenzo Valla trad. Gabriella Ricciardelli

misantropia (Wikipedia approfondimento) f (plmisantropie)

  1. (psicologia) desiderio, di natura morbosa, di isolarsi dai propri simili, causato da forte avversioneodiosfiducia nei loro riguardi
  2. (per estensione) scarsa capacitàinteresse a prendere parte alla vita sociale attiva, accompagnata da un forte desiderio di solitudine

Hyph.png Sillabazione

mi | san | tro | pì | a

Nuvola apps edu languages.png Pronuncia

IPA: /mizantro’pia/

Se volete scendere a fare due chiacchere in salotto, siete i benvenuti…

(intanto la soffitta continua come sempre)

C’è odore di muffa nella camera. Non quella che puzza di vecchio. Quella umida che ha un odore morbido, quasi aromatico.
Cosa ci faccio qui? Avevamo affittato questa stanza una volta. Mi ricordo il letto di legno bianco verniciato e la luce che filtrava dalle persiane attraverso la tendina azzurra di cotone trasparente.
Il mare era a due passi, appena girato oltre il carruggio. Era un pomeriggio di mezza estate pieno di sole e rinfrescato da una dolce brezza, i bambini vociavano spensierati nei vicoli sotto la finestra. Si udivano persino i rumori del porto, dei motori delle barche, dello sciabordio delle onde contro il molo, delle campane delle boe. Dalla finestra filtrava quell’aria carica di timo e origano, unita al salmastro era un profumo fresco e inebriante.
E’ tutto come allora. Tu dormi dolcemente, nuda sotto le lenzuola fresche di cotone bianco, dopo aver fatto l’amore. Io osservo dalle fessure della persiana quel porto piccolo e familiare, che sembra venuto da un passato perduto.
Ma è sbagliato, non posso essere qui, tutto questo appartiene al passato.
«Perché non lo prendi come un sogno?» mi dici. All’improvviso ci troviamo seduti alla taverna al piano terra, piccola e con pochi tavoli di legno e sedie impagliate. E’ un arredo che ha visto estati migliori. Non abbiamo mai pranzato qui, è una promessa noi stessi che non abbiamo mai mantenuto.
Provo a guardarti, ma la tua figura è sfocata e non riesco a definirla in alcun modo.
«Massì, un sogno…» dico più a me stesso che a te. Un motorino passa a pochi metri dal nostro tavolo, sembra tutto così reale.
Non posso resistere, devo porti la domanda che mi rode dentro: «Perché?»
Ridi. Non la risata isterica alla quale mi ero rassegnato, ma quella argentina e sincera di una volta.
«Non posso risponderti, sono solo un sogno, non sono veramente lei…»
Intuisco la verità di quelle parole e non posso che replicare con un monosillabo: «Già…»
Il suo tono di voce si fa dolce, fraterno: «Stai vivendo nel passato, devi lasciare andare questi ricordi e guardare al futuro. Lascia che svaniscano»
«Perché dovrei? Eravamo felici qui. E’ un bel ricordo. E’ assurdo cancellare tanta felicità per i momenti infelici che sono seguiti. E poi mi voglio ricordare di questo mare, di questo piccolo rifugio di sole.» Questa volta è la proiezione che deve ammettere «Già…»
Mi viene in mente un’idea. «Senti, visto che qui non abbiamo mai pranzato, che ne dici di rimediare? Ordiniamo qualcosa!»
«Ma è solo un sogno!» obietta la proiezione.
Faccio un cenno al padrone che si avvicina con due menù in mano, pronto a prendere le nostre ordinazioni. «Ho tanta voglia di trofie al pesto» le dico sorridendo.

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